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Firenze, 13 Dicembre 2018 (Giovedì)
LE SPADE DI SINRASIL

Capitolo 17
Il sangue degli elfi

«Quest’idiota ha avuto quello che si meritava», disse, con disprezzo, il generale Kaf Kep Nay guardando il liquido cerebrale fuoriuscito dalla testa di Zor Kul Dau e ormai diluito dalla pioggia, che aveva ricominciato a scendere copiosa.

Il generale andò a ripararsi sotto l’arco della porta e quindi si rivolse ai soldati: «Raccontatemi, esattamente, cos’è successo.»

Uno dei soldati raccontò della pazzia che aveva colto il capitano appena aveva infilato l’anello al dito. Il suo salto dalla torre e il fatto di essere rimasti intrappolati in una rete magica, una volta scesi giù, fuori della porta.

«C’era anche un mago, dunque. La rete magica non può essere opera dell’anello», rifletté ad alta voce il generale, ponendo una mano sotto il mento. D’altronde l’anello non era più al dito del capitano e la ragazza era stata liberata. Il capitano era un povero idiota e il potere dell’anello lo aveva sopraffatto. La ragazza invece sembrava non subirlo. Quell’anello racchiudeva in sé chissà quali enormi poteri e poteva essere controllato: la ragazza o il mago avrebbero potuto rivelargli come. Il desiderio di impadronirsene s’impossessò di lui.

«Setacciate la città!», ordinò ai suoi uomini, «Trovate la ragazza, l’anello e il mago. Che non gli sia torto un capello, pena la vostra insulsa vita. Li voglio vivi! E non tentate di togliere l’anello al dito della ragazza. Continuate a cercare anche il filliceno, lui potete portarmelo anche morto. Fate avvertire tutti dei miei ordini.»

Ecyl fu svegliata da Mara, quando il sole era già alto nel cielo, la pioggia, per fortuna, era cessata. La donna aveva avuto ordini precisi da Agor, di lasciar riposare Ecyl fino a tardi e quindi di portarle un’abbondante colazione.

«Ho portato la colazione, mia signora», disse Mara con un leggero inchino.

Ecyl le sorrise e le fece cenno di posare il vassoio sul tavolo.

«Dov’è Agor?» chiese.

«È uscito, ma sarà qui a momenti. Intanto mangiate», la esortò la donna versando del buon caldo latte in una tazza.

Aveva appena finito la squisita colazione, quando nella stanza entrò Agor. Il mago la rese subito felice con il suo antico ed usuale saluto: «Come stai, dolce e leggiadra Ecyl?»

«Bene!», sorrise la ragazza, «Sto, però, ancora chiedendomi cosa sia successo al capitano tamrai.»

«Vuoi proprio saperlo? La storia è lunga», ammonì Agor.

«Tempo ne ho in abbondanza», sorrise lei, scrollando le spalle.

Il mago prese una sedia e si sedette accanto al lettino di Ecyl. Con un tizzone ardente, prelevato dal camino, accese la sua pipa e quindi iniziò il racconto: «Devi sapere che la pietra incastonata nel tuo anello è uno zaffiro-rubino», disse sbuffando ampie volute di fumo.

«Non avevo mai sentito parlare di un tale tipo di pietra, a me sembra un normale zaffiro. Da quello che ne so, i rubini sono rossi», obiettò la ragazza.

«Hai ragione, mia cara, quella pietra all’inizio era un normalissimo zaffiro azzurro. Ora, invece, è uno degli unici quattro zaffiro-rubino esistenti in tutta la Dusdonia.»

Ecyl osservò la pietra a bocca spalancata. «Continua, Agas, cioè Agor scusa, e perdonami per l’interruzione.»

«Circa duemila anni fa gli umani e gli elfi combatterono una cruenta guerra. Ormai si protraeva da svariati anni. Gli umani erano in maggior numero, ma gli elfi erano valorosi guerrieri, nonché dotati di magia, e la guerra si mantenne in equilibrio. Fino al momento della Battaglia di Andra, vicino alle sponde del fiume Anor. L’esercito grundiano aveva ottenuto aiuti, in gran segreto, dagli altri due imperi della Dusdonia. Questi avevano inviato due grossi eserciti.

I grundiani attaccarono gli elfi per poi ritirarsi oltre il fiume Anor. Arendir, il re elfico, decise di inseguire i filliceni in fuga per porre fine alla guerra, una volta per tutte. Ma era proprio quello che i grundiani volevano. Era una trappola. Da oriente, proveniente dalle sponde meridionali del lago Varal arrivò un poderoso esercito di tamrai. Nello stesso tempo da occidente, scese al galoppo, dalle Colline di Sale, la micidiale cavalleria del Matum.

Fu una carneficina, ben più grave di quella da noi subita a Ingbrook poco tempo fa. Vi trovarono la morte diecimila elfi. Arendir, oltre che re, era un potente mago. Era il possessore di quattro splendidi zaffiri triangolari, che quel giorno recava con sé. Arendir vide le pietre bere il sangue dei suoi fratelli. Egli, un re, provò enorme dolore nel vedere morire il suo popolo. E lo stesso dolore augurò ai re nemici maledicendo le quattro pietre: Anche voi re umani vedrete morire il vostro popolo. Le pietre saranno la mano della mia vendetta, in eterno. Chiunque, non elfo, avesse toccato quegli zaffiri sarebbe stato colpito dalla sua maledizione. Il potere delle pietre avrebbe portato la pazzia nella mente degli umani, portando la morte tra atroci visioni e tormenti.

Solo chi era in possesso della Forza dell’Acqua, quindi gli appartenenti all’Albero Sacro e pochi maghi, sarebbero stati capaci di resistere alla maledizione. Anzi, avrebbero potuto controllare l’enorme potere delle pietre. Arendir, ormai morente, rilasciò in esse tutto il suo mank, il potere magico che scorreva nelle sue vene, quello che i tamrai chiamano kuwhank. Esalò l’ultimo respiro lasciando a terra, accanto alla sua mano, le quattro pietre. Solo la forza dell’Acqua avrebbe potuto spegnere il rosso fuoco del sangue e il potere della maledizione.

E così fu. Centinaia di soldati filliceni, matrigah e tamrai morirono nell’avido tentativo di impossessarsi dei quattro zaffiri. Questi s’illuminavano con un’intensa, e mortale, luce rossa, quando qualcuno li prendeva. La luce era l’ultima visione, prima della morte. Infine le pietre furono abbandonate, nel campo di battaglia, accanto al corpo di Arendir: da quel giorno furono conosciuti come i quattro zaffiro-rubino maledetti. Di essi non si seppe più niente, finché, un giorno, la regina Arendel, nipote di Arendir, non li consegnò a Sinrasil ordinando di forgiare due spade e due anelli, in cui inserire il loro potere.»

Ecyl ebbe un moto d’orrore nel sentire il racconto e nell’osservare lo zaffiro del suo anello. «Sono le spade di cui parla la profezia, vero?», chiese infine al mago.

«Si! La regina temeva per il suo popolo. La divisione del potere nella Dusdonia, nelle tre principali nazioni, era la bilancia che avrebbe permesso agli elfi di continuare ad esistere. Se il potere fosse passato nelle mani di una sola nazione, questa avrebbe, in breve, annientato anche il regno elfico.»

«Chi era Sinrasil?» chiese la principessa.

«Sinrasil, figlio di Taramil, era un abile artigiano e mago elfo di Isiliente. Uno dei più famosi costruttori di spade. Nelle sue vene, come in quelle di tutti gli elfi, ma in maniera più forte, scorreva il mank.

L’elfo aveva creato, per realizzare le sue mitiche spade, una lega metallica, più forte dell’acciaio, di cui solo lui conosceva la formula. Gli elfi sostenevano che nell’acramio, così era chiamata tale lega, oltre l’acciaio e un altro metallo sconosciuto, l’elfo avesse trovato il sistema di legare anche il suo mank.

Sinrasil forgiò due lame d’acramio, le Spade Gemelle di Sinrasil, e inserì in ogni elsa uno degli zaffiri. Sulla lama incise la runa dell’Albero Sacro. La maledizione dello zaffiro intrise e contagiò anche le spade: solo chi possedeva la forza dell’Acqua avrebbe potuto brandirle e usare il loro potere, senza impazzire ed esserne sopraffatto. E, come ormai avrai capito, solo chi appartiene all’Albero sacro e pochi maghi, possiedono tale forza. Sinrasil forgiò anche due Anelli in oro, ma con l’anima d’acramio, e v’incastonò gli altri due zaffiro-rubino. In questi anelli Sinrasil, insieme alla stessa regina Arendel, racchiusero il potere che avrebbe permesso di controllare le Spade Gemelle. Gli anelli avevano gli zaffiro-rubino e il potere, misto alla maledizione, di Arendir: con l’ultima azione, i due elfi, li resero gli oggetti più potenti mai creati.»

Ecyl aveva ascoltato la narrazione di Agor col fiato sospeso. Le ultime parole del mago fecero tornare alla sua mente l’accadimento, di due sere prima, nella foresta della Grande Silva: «Ho visto, l’altra sera, l’anello illuminarsi di rosso», riferì Ecyl, «poi sono caduta, quasi svenuta, a terra.»

Il vecchio mago sembrò molto preoccupato da quest’affermazione. Mise quindi le due mani sopra la fronte di Ecyl e socchiuse gli occhi rimanendo immobile.

Ecyl lo guardò meravigliata, cosa stava facendo Agor?

Il mago aprì, infine, gli occhi e disse: «In te, Ecyl, scorre anche il potere del fuoco, insieme con quello dell’acqua. Il mank di noi maghi è formato dal potere di quattro elementi: l’acqua, il fuoco, la terra e l’aria. Tu ne hai due ora», il tono del mago era, però, preoccupato.

«Che cosa significa?» Ecyl avvertì la preoccupazione di Agor e un’espressione di spavento si dipinse sul suo bel volto.

«Tranquilla, cara Ecyl, per te è un nuovo e formidabile dono: tu possiedi ora un emmank. Questo però significa anche che qualcuno è entrato in possesso della seconda Spada di Sinrasil e ha stabilito il legame con uno dei draghi nella Foresta di Caldera. Avevo consegnato quella spada a tuo padre, re Inghard: potrebbe essere caduta in mani nemiche, dopo la battaglia di Ingbrook, e questo sarebbe un grosso pericolo per noi.»

«Vuoi dire che, oltre Nim, qualcun altro ha la Spada Gemella di Sinrasil?» chiese Ecyl.

Il mago la guardò sbalordito: «Cosa c’entra Nim?»

«Ho visto la spada che mi hai descritto, con lo zaffiro e la runa dell’Albero Sacro, nelle sue mani. Nim aveva con sé anche un ritratto di mia..., della regina Ezianne con una dedica al marito», spiegò la ragazza.

«Re Inghard portava sempre con sé quel ritratto. Questi due oggetti come possono essere finiti nelle mani di Nim? Come può Nim impugnare la spada di Sinrasil senza morire? Il ragazzo non può averli semplicemente trafugati», rimuginò il mago.

«Non può averli rubati! Ne sono sicura, non è da Nim», Ecyl emise quasi un urlo per dirlo, una forte espressione accorata. Poi si rese conto, però, che non conosceva affatto Nim, che non sapeva niente di lui. Lo stesso ragazzo era stato molto schivo con lei.

«Non li ha rubati!», confermò il mago, «Sono sicuro che c’è un’altra spiegazione. Nim appartiene all’Albero Sacro, altrimenti sarebbe già morto. Egli deve essere un altro figlio di Inghard. Forse il bimbo che la regina Katerina aspettava, forse è sopravvissuto alla morte della madre e Inghard lo ha tenuto nascosto a tutti, anche a me», fu l’unica conclusione a cui potesse giungere, in maniera logica, il mago.

«No! Non può essere?!» un altro urlo, stavolta di raccapriccio, uscì dalla bocca di Ecyl. Aveva temuto che Nim fosse suo padre, ora scopriva che forse era suo fratello. Un crudele destino si divertiva e si accaniva contro di lei, contro i suoi sentimenti.



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