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Firenze, 13 Dicembre 2018 (Giovedì)
LE SPADE DI SINRASIL

Capitolo 11
L’Antica Abbazia

Il sole accarezzò l’aria con il suo morbido, caldo e rossastro tocco, che, ad oriente, squarciava il buio della notte decretandone la fine. Il silenzio della foresta fu rotto da folate di vento che iniziarono a spirare, da occidente, agitando le cime degli alberi e spingendo nuvoloni neri incontro al sole.

Nim lasciò la grotta di Argod immergendosi nel fresco chiarore del mattino. Sentiva in sé una nuova energia e determinazione: la forza del fuoco, come aveva detto il drago. Sì, può darsi, ma Nim dubitava delle parole del drago. Dubitava perfino della sua esistenza, era convinto di averlo solo sognato, anche se non riusciva a spiegare cosa era successo alla sua spada.

Il drago aveva parlato anche della forza dell’acqua che scorreva già da prima in lui. In realtà non aveva mai sperimentato questa forza e non sapeva nemmeno cosa fosse: o forse lo sapeva, prima di perdere la memoria. Poi pensò alle Cascate di Twilly, era la forza dell’acqua il miracolo che lo aveva salvato?

Forse la forza dell’acqua risiedeva nella sua perseveranza, l’acqua è nota per essere in grado di scavare la pietra: goccia dopo goccia. Ora il fuoco aveva aggiunto in lui una maggiore impetuosità, propria di quest’elemento.

Immerso in questi pensieri, non si accorse d’aver imboccato la strada che descriveva un ampio arco verso ovest per aggirare la collina di Argod. Era sulla strada giusta senza averci pensato guidato semplicemente dal suo istinto, ma era anche sulla via che avrebbe dovuto evitare. La nuova forza lo aveva reso più incosciente?

Poi pensò allo zaffiro incastonato sull’elsa della spada: il trigono, un triangolo azzurro, vale a dire il simbolo dell’acqua. Nuove domande accavallarono la sua mente. Che significato aveva lo zaffiro della spada? Come aveva avuto quella spada? Cosa significava la runa, modificata ora in un nuovo simbolo?

Intanto anche il tempo volle complicare il cammino di Nim. Il tuono, che aveva sentito la notte precedente, fu foriero di pioggia. Le nuvole, sospinte dal vento, avevano completamente invaso il cielo. L’acqua iniziò a scendere fitta e insistente, in breve Nim ne fu completamente inzuppato.

Continuò a seguire la strada ponendo grand’attenzione alla possibilità che potesse incontrare qualcuno. Anche se, probabilmente, era un posto in cui non molti amavano addentrarsi. La maggior parte dei viaggiatori preferiva percorrere, come gli aveva detto Grewill, la ben più lunga, ma anche più sicura, strada di Ridde per spostarsi tra Filla e il Principato di Jamoor.

All’imbrunire giunse in vista dell’Antica Abbazia. Ignorò tutte le superstizioni che l’oste di Filla aveva cercato di inculcargli e pensò che avrebbe potuto chiedere ospitalità ai monaci invece di passare la notte all’addiaccio, sotto l’acqua, che sembrava non voler smettere, oppure in un’umida caverna infestata da draghi.

In effetti, Grewill aveva ragione: si trattava di un oscuro e tetro palazzo. Nim decise, ugualmente, di bussare alla porta dell’abbazia.

Un cigolio di cardini vecchi e arrugginiti avvisò che il grosso portone si stava aprendo. L’accolse un uomo scarno dall’età indefinita, gli occhi incavati nelle orbite, qualche ciuffo di capelli sparsi nella testa e una corta e ispida barba nera.

L’uomo lo squadrò dalla testa ai piedi, quindi chiese: «Che cosa vuoi?» Il tono non era cortese.

«Un piccolo alloggio per la notte», disse Nim, alzando la mano e schiacciando il pollice verso l’indice.

«Questa non è una locanda! Va via», ora il tono dell’uomo era decisamente ostile, mentre faceva il gesto di scacciarlo con la mano sinistra.

«Non darò fastidio, mi accontento di un piccolo giaciglio, anche nella stalla.» Nim insisteva, non tanto perché avesse assolutamente bisogno d’ospitalità, quanto perché non capiva l’atteggiamento dell’uomo. I monaci erano noti per la loro cortesia e per essere sempre disposti a dividere il loro, pur misero, pasto con i viandanti. Era evidente che quest’uomo non poteva essere un monaco.

«Sei sordo? Ho detto va via!» urlò mettendo le mani sul petto di Nim per spingerlo fuori dalla soglia dell’abbazia.

«Fermo Lewyn! Lascia entrare lo straniero e portalo da me», risuonò nell’aria una squillante voce di donna dal tono imperioso.

«Sì, mia signora», rispose Lewyn chinando il capo, poi rivolto a Nim esclamò: «Seguimi!» ma lo disse sempre in tono ostile.

Nim si guardò intorno, non vide, però, nessuna donna. Da dove proveniva quella voce che aveva sentito?

Dopo aver chiuso il portone del muro di cinta, Lewyn si avviò verso una porta di un edificio all’interno dell’abbazia. Varcò l’androne, recuperò una torcia dalla parete e, reggendola in alto con la mano destra, iniziò a salire una stretta e ripida scala a chiocciola scavata nella pietra. Nim lo seguì in silenzio. L’uomo entrò in un’ampia sala avvolta nella penombra. Nel caminetto scoppiettava un allegro fuoco che illuminava solo in parte la stanza, mentre creava oscure e tremolanti ombre su gran parte delle pareti. In un angolo v’era un tavolo pieno di ampolle, alambicchi e altri oggetti da alchimista. Nell’angolo opposto un trono vuoto. Almeno così sembrava. Fu, però, proprio dallo scranno di legno antico che provenne la voce: «Lasciaci soli, Lewyn», il tono era altero.



... un tavolo pieno di ampolle, alambicchi e altri oggetti da alchimista.

«Sì, mia signora», rispose Lewyn inchinandosi verso lo scranno vuoto e uscendo dalla stanza.

«Avvicinati! Ti stavo aspettando», risuonò ancora la voce.

«Chi sei? Dove sei?», Nim era nervoso e si guardò intorno agitato, «Perché dici che mi stavi aspettando?»

«Mi chiamo Gamil, ma tutti, da queste parti, mi chiamavano “vecchia strega”», rispose la voce, ora il timbro era quello di una donna molto vecchia, «sono stata imprigionata dentro questo palazzo, quando avevo solo duecento anni. Ora ne ho più di mille. Non puoi vedermi, perché in questo momento non voglio che tu mi veda.»

«Una strega millenaria?», chiese incredulo il giovane, «E perché saresti prigioniera?»

«Mi hanno chiusa qui con una potente magia, imprigionandomi in quest’abbazia sconsacrata. Ma forse tu, tallen vat, riuscirai a liberarmi. Se lo farai ti dirò come usare la forza dell’acqua e del fuoco che scorrono in te.»

«Non mi fido di te! Come fai a sapere cose che nemmeno io so?» Nim parlò scuotendo la testa.

«Dimentichi chi sono. Una potente strega.»

«Mi spiace, ma devo andare via! Ti saluto mia signora, ma ti assicuro che non è stato affatto un piacere.»

Nim fece un inchino ironico in direzione dello scranno e si avviò verso le scale.

«Liberami e ti ricompenserò. Tenta di andare via e te ne pentirai, subirai la mia ira!» urlò la strega in tono minaccioso.

Nim non la ascoltò e disse tranquillo: «Non mi fai paura, strega. Addio.»

«Fermalo, Lewyn!», ordinò Gamil.

«Ti avevo detto di andare via, ma non hai voluto ascoltarmi. Peggio per te!», parlò Lewyn, parandosi davanti a lui. L’uomo aveva, ora, un ghigno satanico e si trasformò, sotto gli occhi attoniti di Nim. Non era più il misero uomo scarno che aveva visto prima, ma una grande e spaventosa figura che sembrò librarsi nell’aria: un possente demone dagli occhi infuocati. Brandiva, tra le mani, una mazza chiodata che roteava in aria accompagnandola con un’agghiacciante risata.

«Vuoi che lo fermi, tallen vat?», chiese Gamil con voce stridula, «O vuoi che ti dica come usare i tuoi poteri per sconfiggerlo?» Una perfida risata risuonò, sprigionandosi dallo scranno. Un brivido di paura fece sussultare Nim.

«Non ho bisogno di te, vecchia strega», disse Nim sguainando la spada e scagliandosi contro Lewyn. Il fendente attraversò la figura spaventosa, senza arrecare danni. Era come tentare di tagliare la nebbia.

«Un illusione! Stai cercando di fermarmi con un illusione?!», disse Nim con estrema convinzione e accompagnando le parole con una squillante risata: «Sei patetica, strega», continuò e si avviò verso le scale, deciso ad attraversare la figura eterea del demone.

Lewyn non sembrò, però, d’accordo e mollò un terribile colpo con la mazza. Per istinto Nim schivò con la testa, ma sentì un urto tremendo sulla spalla sinistra e si accasciò a terra. La mazza non era affatto un’illusione. Alzò lo sguardo e vide, con orrore, che Lewyn gli era di nuovo addosso e stava per colpirlo ancora. Riuscì a parare per puro miracolo, con la spada, la mazzata inferta dal demone. Si rialzò in piedi e continuò a combattere quell’impari battaglia contro l’orribile figura demoniaca. Non sapeva quanto a lungo avesse potuto resistere, ma non si fidava della strega, non voleva il suo aiuto. Intuiva che la subdola offerta d’aiuto della strega gli si sarebbe ritorta contro. Temeva che avrebbe così potuto liberarla, pur senza volerlo. Non voleva essere causa delle malvagità che la strega avrebbe potuto compiere fuori dell’Abbazia: se era stata confinata là dentro, di sicuro, v’erano motivi di sicurezza per gli altri esseri umani.

«Tallen vat, la forza dell’acqua e del fuoco sono dentro di te. Devi lasciarle scorrere verso la spada, libera le due forze e potrai facilmente uccidere Lewyn», suggerì Gamil sogghignando.

Nim non riuscì a vedere vie d’uscita da quel combattimento: Lewyn era un’entità eterea, quando metteva a segno una stoccata, mentre le sue mazzate lo stavano sfinendo. La paura s’impadronì della sua mente. Nello stesso istante avvertì, di nuovo, l’energia che aveva percepito davanti al drago. Si rese conto di non avere nessun controllo su essa. La sentì sprigionarsi da sola, in maniera del tutto autonoma. La paura che aveva provato, poco prima, sembrò essere spazzata via da questa nuova ondata di energia. Lo zaffiro sul pomolo della spada assunse una tonalità rosso sangue, la lama, invece, fu coperta da un intenso alone azzurro. Quando colpì Lewyn, questi esplose in una grande fiammata. Un lampo di intensa luce rossa si sprigionò dallo zaffiro e illuminò la stanza dipingendo gli oggetti e Nim col colore del sangue. Il lampo di energia infranse lo scudo magico che teneva prigioniera la strega e nello stesso tempo svuotò l’energia di Nim: egli si sentì prosciugato e si adagiò in ginocchio a terra, sfinito.

La strega si mostrò in un ghigno beffardo: Gamil era una vecchia nana dai capelli color catrame e dalla carnagione rugosa e scura. I suoi piccoli occhi scuri, che sovrastavano due borse rigonfie, si illuminarono compiaciuti. La sua piccola bocca, dalle sottili labbra, racchiudeva denti gialli, radi e sconnessi; da essa si dipartivano numerose rughe disposte a raggiera. Indossava una lunga tunica blu, scura come la notte, e cinta al fianco da una larga fascia di seta nera legata su un lato.

«Grazie tallen vat! Ero sicura che ce l’avresti fatta. Non ti biasimare, tutti possono avere paura», sostenne la vecchia con tono consolatorio.

«Cosa vuoi dire?» Nim era frastornato e spossato per quello che era successo alla spada.

«Sai già cosa voglio dire! È un piacere averti conosciuto tallen vat, non so se per te è stata la stessa cosa. Ma forse mi preferisci così.» I lineamenti della strega mutarono, le rughe della pelle si distesero ed infine ella apparve in tutto il suo splendore: una bellissima donna dalla pelle candida e con fluenti e lunghi capelli d’argento.

«Non uscirai viva di qui! Strega», disse Nim impugnando la spada, e raccogliendo gli ultimi residui di energia che gli erano rimasti.

Come risposta echeggiò una risata sarcastica. «Non credo che riuscirai ad uccidermi. In questo momento, però, io mi preferisco così», Gamil mutò ancora. Era diventata, ora, un nero e grosso pipistrello.

«Non temere, ci rivedremo, tallen vat», disse tra qualche squittio, mentre volò fuori della finestra dileguandosi nel crepuscolo e sotto una fitta pioggia.

Nim si lasciò scivolare di nuovo a terra spossato. Ripensò alle parole di Gamil: aveva capito cosa intendesse dire circa la paura. Aveva compreso che non era in grado di controllare quelle forze che scorrevano dentro di sé. Nell’attimo che aveva avuto paura, queste erano state liberate e sprigionate attraverso la spada. Questo fatto lo aveva spossato come se avesse sostenuto un grosso sforzo. Avere paura, d’ora in avanti, avrebbe potuto anche rappresentare un grave pericolo.



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